Giro di Boa – 5 Marzo 2012

Siamo arrivati allo stramaledettissimo giro di boa.
Da oggi in poi i giorni da passare qui sono meno di quelli passati. Per quanto mi riguarda, sto cercando di trattenere ogni sensazione che provo, momento dopo momento.
Certo, l’entusiasmo e lo stupore iniziali sono passati, è sopraggiunta una fisiologica abitudine ai posti, al clima e alla quotidianità di questa nuova (breve) vita.
Per contro è cresciuto il piacere di stare coi miei compagni di viaggio, di passare le serate insieme, facendo gli stupidi per le vie sivigliane o semplicemente mangiando un boccone a casa di qualcuno.
E sto anche rendendomi conto quanto questo periodo di distacco dalla mia vita “vera” mi stia servendo per fare un po’ di “ripulisti” e di chiarezza su rapporti, amicizie, relazioni.
Non so bene cosa troverò al mio ritorno. Se i miei giri saranno gli stessi, se avrò bisogno di ampliarli o di ridurli.
Non so. Certo, faccio finta di non accorgermi delle persone che NON sono presenti, ma in realtà lo so eccome!

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Lisbona part III

Cominciare la giornata con della buona musica, una buona dose di fette di pane tostato con burro e marmellata, una spremuta appena fatta e due chiacchiere sul quanto quest’ostello sia assolutamente una sorpresa in positivo. Cosa c’è di meglio!?
Parto “prestissimo”, prendo il primo treno utile per Sintra ed in 40 minuti sono lì.
Sintra è un paesino famoso per il suo enorme parco fiabesco, in mezzo al quale svettano il castello dei mori ed il Palazzo de Pena. Per economizzare tempo ho visitato quest’ultimo. Un grandissimo palazzo voluto dal re Ferdinando di Coburgo Gotha, costruito partendo da un antico monastero. Infatti in alcune parti del palazzo sono riconoscibili degli elementi tipici delle chiese. Fa strano vedere volte ed archi come soffitto di una sala da pranzo o di una camera da letto. E saloni arredati in stile indiano, mobili cinesi, moderni bagni con doccia, completano il quadro.
Un bellissimo palazzo, niente da dire, ma mentre attraversavo quelle suntuose stanze sognavo i vicoli di Lisbona, la brezza marina e le urla dei gabbiani. Non ho perso altro tempo e sono corsa alla stazione, mangiando un panino al volo in un curioso bar rosa confetto gestito da due simpatici e solerti ometti.
Il treno mi ha riportato nella capitale poco dopo le 14 ed ho subito ripreso i miei vagabondaggi per gli stretti vicoli della Baixa. Sono entrata nel Convento di Carmo, una grande cattedrale scoperchiata che ricorda molto San Galgano, e poi ho proseguito per il quartiere cercando un punto panoramico dal quale fare foto da cartolina.
Non sono riuscita a trovare nessun mirador in particolare, ma in compenso mi sono imbattuta fortuitamente nell’ascensore + famoso di Lisbona. L’elevador de Bica. Il buon fotografo sa attendere, ed io mi sono messa pazientemente seduta nel punto migliore per scattare, una volta che l’ascensor fosse partito.
Visto che non dava segni di muoversi, alla fine mi sono avvicinata ed ho iniziato a “far fuoco” su di una anziana signora che stava seduta all’interno. Un ciabattino lì davanti mi ha visto e mi ha chiesto se quella donna fosse mia parente e se io le avessi chiesto il permesso di fotografarla.
Non avendo nessunissima voglia di iniziare una discussione con un personaggio che non voleva minimamente mollare la presa (e avendo già prodotto uno scatto interessante!), me ne sono tornata al mio angolino, ho aspettato il passaggio dell’ascensore e ho proseguito.
(qui mi aspetto un commento da Guido… eheheheh)
I vicoli perpendicolari alla salita dell’ascensore mi sembravano molto tipici e “pittoreschi”, e ho iniziato a percorrerli.
Ho volutamente utilizzato il termine pittoresco, perché non si sa come, ma ha sempre una valenza eufemistica. Difatti, quelle stradine così colorate e deliziose avevano una congiuntura maleodorante di rasghi di nottate brave, luculliani pasti e fugaci incontri amorosi. In più, il passaggio di qualche soggetto non proprio rassicurante, mi ha fatto tornare lesta sul viale principale.
Raminga arrivo al Chiado, faccio la foto di rito col Sig. Pessoa (facendo ripetere l’operazione al mio fotografo del momento, che al primo colpo mi aveva segato i piedi!!! grrrr) e salgo sull’ascensore di Santa Justa, pagando ben 5 Euro per accedere anche al mirador.
Non mi pentirò mai di quella spesa, prima di tutto perchè salendo fino in cima ho distaccato la ragazza italiana + fastidiosa che abbia mai incontrato in vita mia, e secondo perchè da lassù ho goduto di una vista fantastica sull’Alfama.
La luce si stava facendo calda e stava perdendo la durezza delle ore centrali del giorno, i viali in basso disegnavano perfette perpendicolari che cozzavano sul disordine del quartiere moresco, i gabbiani sfrecciavano veloci di fronte all’imponente mole del castello, che se ne sta placido come un drago addormentato sulla cima della collina.
Approfittando del fisheye, mi sono scattata qualche foto, e una ragazza giapponese, impietosita dai miei miseri tentativi, si è offerta di farmene qualcuna. Non ho saputo resistere dal ridere quando lei, appoggiando l’occhio sul mirino, ha iniziato ad emettere gridolini di sorpresa alla vista dello spropositato angolo di ripresa che si gode col fisheye! Era talmente gasata, poverina, che mi ha scattato una marea di foto… tutte ovviamente con la sua bella ombra in primo piano! eheheheheh… Questo mi serva di lezione per quando, a Firenze, ai bei tempi delle analogiche, facevo le foto ai giapponesi tagliando loro le teste, o riprendendo il marciapiede anziché il campanile del Brunelleschi!!! xD
Beh, sono rimasta un bel po’ affacciata lassù, non ne volevo sapere di scendere. Era l’ultimo abbraccio che davo a Lisbona, e volevo imprimere ben bene quella città e quell’atmosfera nei miei occhi, nella mia anima.
Qualcosa infatti di quel momento mi è rimasto. Un bel raffreddore che è esploso già al mio ritorno a Siviglia.
Insomma, scesa da lì sono tornata in ostello, per far passare le ultime due ore prima di avviarmi verso la stazione dei bus. Ho salutato le mie nuove conoscenze ed i ragazzi dello staff, che mi hanno abbracciato come se fossi un’amica di lunga data, ho preparato bene lo zaino per affrontare il viaggio (e siccome l’esperienza insegna, mi sono comprata una coperta di pile alla modica cifra di 1.90 Euro per dormire come una papessa!) ed insieme a Dominick e alle sue due tavole da surf, ho preso la metro per la stazione degli autobus.
Non seguirà un paragrafo sulle mie impressioni + intime e personali, quelle se me lo concedete me le tengo per me. 😉 Qui ci sono solo i fatti e le sensazioni + palesi e forti.
Per cocludere, dopo 8 ore di sonno quasi decente, sono arrivata alla stazione di Plaza de Armas alle 5am, e tirandomi dietro il mio piccolo bagaglio rosa, sono tornata a piedi a casa.

Lisbona Part II

“Love is a burning thing, and it makes a fiery ring. Bound by wild desire I fell into a ring of fire…” Johnny Cash mi sveglia puntualmente alle 9, dopo un lungo e meritato sonno ristoratore. Solo il tipo che dormiva nel letto sotto al mio mi ha brevemente svegliato quando ha raccolto le sue cose e lasciato la stanza, senza preoccuparsi troppo di non fare rumore. Era un ragazzo americano dall’aspetto asiatico, molto giovane, che mi ha raccontato essere un giocatore di poker online professionista. Passa 8-10 ore al giorno al pc, giocando su vari siti contemporaneamente. Al momento è in vacanza “forzata”, prima di andare a Bucarest a cercare casa per trasferirsi, perché dopo aver violato non so quale legge americana sul gioco d’azzardo, non poteva + “lavorare” negli USA.
A colazione ho incontrato di nuovo Mary e i tedeschi. Lei andava a Belem. Essendo domenica, i monumenti e musei erano gratis fino alle 14. Muriel e il ragazzo invece andavano a Cascais, villaggio di pescatori poco distante da Lisbona.
Decido di seguire il programma di Mary, e prendo il tram per Belem con altre 1000 persone,passando 20 minuti in un’accidentale sauna. Lascio scendere la folla alla prima fermata del quartiere, io decido fare il giro al contrario, partendo dalla Torre, per poi tornare indietro e terminare il percorso al Monastero de San Jeronimo, sperando di trovare meno folla in questo modo.
Effettivamente non ho fatto code nè ho dovuto sgomitare tanto per ammirare i vari panorami.
La Torre di Belem era l’emblema che avevo di Lisbona. C’è da dire che non sapevo praticamente niente di questa città, non avevo visto molte foto nè avevo fatto grandi ricerche. La Torre era l’unico monumento che conoscevo, attorno al quale avevo costruito la mia Lisbona immaginaria.
Fortunatamente e sorprendentemente l’immaginazione è stata superata dalla realtà, e la Torre è tornata al suo posto nella geografia urbana.
Si, mi aspettavo qualcosa di +. Forse perché è decentrata, ed io la immaginavo in pieno centro, forse perché ho scoperto altro e questo “altro” mi ha conquistato più del fortino. Ad ogni modo ho reso omaggio al navigatore De Gama e alle sue scoperte, entrando nella torre e salendo in cima al Padrão dos Descobrimentos (monumento delle scoperte), che mi ha impressionato per la sua grandezza. Poi sono entrata nel chiostro del Monastero di San Jeronimo, ma a quel punto non avevo + molta forza di vedere nuove cose, quindi sono andata a mangiare e poi mi sono messa a sedere nel parco. Ho pensato di riposare 5 minuti. Il sole era caldo e si stava bene in maglietta, così mi sono stesa e ho chiuso gli occhi. Quando li ho riaperti era passata un’ora!!!!
Ho fatto merenda con le pastine di Belem, così famose da lasciarmi un po’ delusa, e sono tornata in centro. Non avevo particolare voglia di continuare a camminare, per cui ho deciso di prendere il tram n.28 e di farmi un giro su quel pezzo di storia su binari. Essendo domenica c’era una discreta folla che lo aspettava, e mi sono un po’ demoralizzata. Poi ho visto che dall’altra parte della strada la fermata era vuota. Logicamente, il tram in quella direzione non saliva verso l’Alfama, e quindi non attirava l’attenzione, ma a me non importava granchè. Non avevo altri programmi e potevo conmcedermi un bel giro. Infatti il tram era vuoto, e mi sono sistemata in fondo, dove potevo far foto + comodamente. Mi sono pure presa una giusta partaccia dal conducente, che mi ha visto sporgere pericolosamente verso il retro. Il tram infatti passa molto radente ai muri, in certi punti, e avrei potuto farmi molto molto male. In ogni caso il gioco è valso la candela, perchè la foto che sono riuscita a scattare prima dell’urlo del conducente mi piace proprio!!! ^_^
Sono scesa dal tram all’incirca dove il giorno prima c’era la Feira da Ladra, volutamente, per ripercorrere quei vicoli all’ora blu, quando le luci iniziano ad accendersi e tutto acquista una nuova meravigliosa atmosfera.
Mi sono presa i miei tempi, sono tornata pian piano in centro, ridacchiando come una scema tra me e me per ogni foto riuscita che vedevo nello schermo.
Ero a Libona in luna di miele con la mia Nikon, e fare foto era il mio scopo principale. Avevo il timore di non trovare il giusto feeling con la città, ma da una prima selezione degli 8GB di foto fatte, sono riuscita abbastanza bene a dipingere con la luce quello che ho visto e provato.
Ho come al solito cenato all’ostello, insieme agli altri e a Giuseppe e Dominick, rispettivamente un ragazzo di Bari in giro da un mese prima di ricominciare la stagione in un Hotel a Firenze, e un surfista tedesco (con tutti gli attributi stereotipati del caso), che sta a Cadiz a cazzeggiare.
Nessuno usciva, io le mie foto di notte le avevo fatte, per cui siamo rimasti a chiacchierare nella living room finchè i miei occhi non si sono fatti pesanti.
Per il giorno seguente avevo programmato un giretto a Sintra, che tutti mi avevano consigliato per la bellezza dei suoi castelli. Non volevo perderci tutta la giornata, visto che alle 21 mi aspettava il bus per tornare a Siviglia e c’erano ancora delle cose che volevo vedere. Per cui partire presto era fondamentale!
Quindi, poco dopo lo shottino offertoci dall’ostello sono andata a dormire, cullata dalle note dei Beirut, vera e propria colonna sonora degli ultimi giorni.

Lisboa Part I

Lisboa Sete Rios!!!” Così ha urlato lo scontroso autista del bus alle ore 5.30am di Sabato 25 Febbraio, svegliando me e gli altri pochi occupanti del mezzo da quel frantumato e scomodo sonno che si prova solo passando 8 ore su di un sedile.
L’arrivo nella città lusitana era previsto per le 7.30, invece che nel pieno della notte. Ancora mezza confusa e assonnata, mi sono adeguata a seguire gli altri viaggiatori, come si fa sempre nei casi in cui non si sa dove andare…
Un’ora davanti alla spietata saracinesca della metro ancora chiusa, ha fatto scivolare via ogni traccia di quel poco calore che avevo faticosamente conquistato sul bus.
Finalmente la metro apre e in pochi minuti arrivo in centro. Ovviamente per il check-in all’ostello era troppo presto, ma ero fiduciosa del fatto che un angolino per riposare me l’avrebbero offerto. Volevo solo arrivare in un posto caldo, ed invece, una volta uscita dalla metro, mi sono resa conto che il buio della notte stava cedendo il passo ad un nuovo giorno.
Un’occasione troppo bella e speciale da lasciar sfuggire, così seguendo l’istinto mi sono diretta nella direzione in cui la strada degradava, per sbucare in mezzo ad una piazza enorme, Praça do Comércio. Il cielo era di un delicato rosa, i gabbiani danzavano in cielo, prendendosi gioco del Re Giuseppe I, le onde si infrangevano silenziose contro la porta dell’Oceano e tutto era calmo. C’ero solo io.
“Piacere di conoscerti, Lisbona.”
Dopo aver passato un po’ di tempo a fotografare, sono andata finalmente in ostello, a due passi dalla piazza.
Nella living room c’era un grande letto (proprio così!) che per me è stato una vera e propria benedizione. Ho perso i sensi fino alle 8.30 quando sono stata svegliata dai primi viaggiatori che facevano colazione.
Era arrivata finalmente l’ora di mettere il naso fuori e scoprire la città. Una ragazza al desk mi ha detto che il sabato mattina c’era la Feira da Ladra, un mercatino delle pulci, ad una ventina di minuti di cammino. Mi delinea l’itinerario sulla mappa e parto.
Capisco subito che muoversi per Lisbona non è semplice. I vicoli sono quantomai intrigati, sembrano muoversi ed arrotolarsi su loro stessi come serpi in un cesto. In poche decine di metri mi sarò persa almeno 20 volte, nonostante il mio senso dell’orientamento sia piuttosto buono.
I vicoli iniziano a salire, come i raggi del sole, arrampicandosi su per la collina… Una facciata di mattonelle bianche e azzurre risplende davanti a me, mi infilo in uno stretto passaggio, spunto proprio davanti ad una cattedrale… Seguo le rotaie del metro come Dorothy seguiva il sentiero di mattoni dorati, ed arrivo ad uno slargo con un giardino terrazzato sulla destra. Mi affaccio e rimango stupita a guardare il panorama. Di fronte a me il mare (o il Tajo… devo ancora capirlo!), e ancora un disordinatissimo ammasso di tetti, muri bianchi, abbaini, comignoli, tegole rossicce, finestrine, azulejos, campanili, palme…
Tutto è perfetto nel caos in cui è stato costruito.
Ed è stato proprio allora, proprio in quell’esatto momento, che mi sono resa conto di DOVE ero. Non era tanto per il luogo geografico in sè, quanto per il COME ero arrivata lì e per QUANTO avevo aspettato quel momento. Sola, in un’esplosione di libertà, consapevole di poter fare qualsiasi cosa avessi voluto.
Tutto questo, insieme alla bellezza della vista che stavo godendo, è stato un po’ troppo da sopportare, e qualche lacrima ha attraversato veloce le mie guance.
Mi sono ripresa e ho proseguito, perdendomi di nuovo. Solo dopo vari tentativi sono finalmente arrivata al mercatino. Uomini, donne, vecchi e bambini, senza differenza alcuna, stavano a sedere in terra o su trespoli di fortuna, in mezzo alle merci + disparate: oggetti di (quasi) pregiato valore, cianfrusaglie, vestiti, piccolo artigianato, pezzi di elettronica. Tutto dal sapore + o meno velatamente losco.
Niente di troppo diverso da altri mercatini simili visti altrove (e non mi attento ad andare al Mercado de los Ladrones a Siviglia, dove possono anche chiederti un pagamento per esserti provato una scarpa, e dove, finita la giornata, bruciano ciò che rimane).
Ho capito che non avrei ottenuto molto dal mercatino, e decido di andare verso il Rossio, attraversando nuovamente  quel dedalo di vicoli che altro non è che l’Alfama.
Un’impresa non da poco. Le due ore di sonno che avevo accumulato durante la notte stavano iniziando a farsi sentire, e ho perso completamente la bussola! Davanti a me si parava sempre un vicolo cieco, una muraglia o la stessa piazzetta che avevo già attraversato 20 volte! Se avessi incontrato il piccolo Gogol, lo gnomo di Labyrinth, non mi sarei sorpresa per niente.
Riuscita nell’impresa, e rifocillatami in un café di una delle eleganti vie parallele alla Via Aurea, ho pensato che era il momento buono di tornare in ostello per il check-in.
Al bancone mi danno un braccialetto, ovvero la chiave per la camera. Salgo al piano, apro la porta e… Paura.
Di fronte a me avevo uno spettacolare numero di bottiglie di birra vuote, un pallone, abiti buttati ovunque, ed altre cose che preferisco evitare di scrivere.
Da vari elementi capisco che gli occupanti di quella camerata erano 3 ragazzi dell’est Europa che avevo visto all’ora di colazione nella living room. In pochi minuti mi rendo conto che non ce l’avrei fatta a passare 2 notti con quelli lì e corro subito dal ragazzo al desk, spiegandogli la situazione.
Con qualche manovra mi cambia provvidenzialmente di camera, che con mio sommo sollievo stavolta è tranquilla e ordinata!
Tempo di ripartire… Sfoglio la guida e mi segno un percorso attraverso il Barrio Alto. La stanchezza però stava prendendo decisamente il sopravvento e sono riuscita solo a seguire parte del percorso, che peraltro mi ha fatto attraversare delle strade non proprio elegantissime.
Però, una delle cose stupefacenti di Lisbona è la sua capacità di essere bella anche in mezzo al degrado e all’incuria, nelle viuzze meno trafficate e considerate, fuori dai tragitti battuti dai turisti e dai curiosi. Se non fosse stato per il sole che scendeva rapidamente e per le mie gambe che non mi reggevano +, sarei stata ore a perdermi ancora ed ancora.
La serata è stata movimentatamente tranquilla. Ho cenato in ostello, conoscendo Mary, una ciarliera ragazza di Milwaukee, che si è avvicinata a me chiedendomi “Who are you?“, Muriel e Johan, coppietta di Hamburg, Ashley, studente londinese di medicina, che mi ha scritto un’appassionata dedica d’amore sul mio diario, e altri ragazzi che si sono lasciati travolgere dai fumi dell’alcool. Io ero veramente troppo stanca per lanciarmi nella mischia, perciò ho preferito osservare quel divertente bailàme e, quando la banda si è dispersa nella notte, scaricare ben bene la batteria dell’iphone parlando su Skype, finchè il ragazzo della reception ha iniziato a pulire e a mettere a posto l’ormai vuota living room.
Il letto mi ha accolto volentieri, disperdendo i miei pensieri e le immagini che ancora avevo vive in mente, in un tessuto colorato di sogni.

Lo Stage

Dunque, ho accennato al fatto che durante il corso di spagnolo erano cominciati i colloqui per lo stage. Sono stati giorni nervosi e lunghissimi, in cui aspettare la telefonata dell’agenzia organizzatrice del progetto era la preoccupazione principale. Poco a poco tutti hanno avuto il loro colloquio, mentre per me il telefono restava muto. Mi rendeva molto nervosa non sapere nulla, anche i pischelletti avevano avuto contatti, ed erano tutti finiti in posti in centro, ad occuparsi di organizzazione eventi, reception, visite turistiche. Non avendo nessun tipo di notizia, mi era venuto il terribile presentimento che la mia sorte dovesse essere ben diversa.
Alla fine anche io ho ricevo un contatto. Mi avevano trovato un’azienda fuori Siviglia, raggiungibile a PIEDI dopo aver cambiato 2 bus e fatto circa 20km fuori città, dove avrei dovuto organizzare matrimoni, comunioni ed altri eventi., andando a lavoro anche durante i weekend quando c’era l’evento in questione. Questa sistemazione non aveva nulla a che fare col mio tipo di profilo e la prospettiva di dover fare 2 ore e passa di mezzi al giorno (e il tratto a piedi!) non mi allettava per niente. Quindi ho vivacemente protestato col tutor (lui merita un post a parte!) ed il giorno dopo mi hanno offerto un’alternativa. Mi sono calmata, ma solo per incazzarmi ancora di + quando mi hanno spiegato dov’era il colloquio… altri 20 km da fare, per arrivare in una zona industriale dove il bus passa solo una volta all’ora.
Ok, mi presento al colloquio solo per far presente al tipo che fare la rappresentante di vini per tutta Siviglia (era questo ciò che quei geni del male avevano pensato per me!) non era cosa buona e giusta, e che invece avrei taaaaaanto desiderato stare nel loro punto vendita che CASUALMENTE si trova a 5 minuti a piedi da casa mia! Beh, ho fatto presa, sono stata convincente, e da martedì scorso ho iniziato il mio stage al negozio di Tierra Nuestra, un distributore di vini spagnoli. ^_^
Per adesso sono ancora in fase di organizzazione, tutto lo staff è in subbuglio per la riorganizzazione del gestionale e mi possono star poco dietro. Quindi io mi “accontento” di far le mie 3/4 orette mattutine e di aver poi i pomeriggi liberi. Ah, ovviamente per poter godere al meglio di Siviglia, ho chiesto il sabato libero. Accordato. ahahahahahah!
Mi stanno arrivando i peggio improperi dall’Italia, mi hanno dato della “fancazzista internazionale”… Beh sinceramente me da igual… Adesso sono qui e l’unica cosa a cui penso è pasarmelo bien!

Fuori Siviglia – Cordoba

Nei weekend ci concediamo qualche gita fuori porta, per conoscere anche i dintorni di questa fantastica città. Il primissimo weekend siamo andati a Cordoba. Ci vuole un’oretta di treno, ma si visita tranquillamente in una giornata.
Appena arrivati abbiamo attraversato un dedalo di vicoli strettissimi, lastricati con grosse pietre e chiusi dall’intonaco immacolato delle case, per arrivare alla Mezquita, la cattedrale della città. Ma c’era la messa, e non ci facevano entrare. Per cui abbiamo virato verso i giardini dell’Alcazar. Una bellezza incredibile. Ogni elemento di quei giardini contribuisce alla perfezione globale del parco: grandi vasche con spruzzi d’acqua, alberi di varie altezze e specie, fiori e aiuole, statue…
Mi sentivo in pace con tutto e tutti, e con la mia compagna di appartamento abbiamo convenuto che siamo proprio fortunate ad essere qui! D’altronde non ci possiamo lamentare: giriamo in maglione, le giacche durante la giornata sono superflue, il cielo è sempre SEMPRE blu, in cielo volano pappagallini verdi e cicogne, la vita sembra così meravigliosamente semplice senza le preoccupazioni della crisi, del lavoro e dello scuro inverno grossetano!
Per pranzare abbiamo scelto uno dei numerosi locali del centro che prometteva tapas casalinghe gratuite con un biccihiere di vino. La scelta si è rivelata azzeccatissima, tranne che per un piatto tipico, la salchicha negra fatta non so in che modo, e che non era altro che buristo. Un paio di intrepidi si sono azzardati a mangiarne, ma non ha ottenuto un gran successo! Oltretutto i nostri bicchieri di vino venivano puntualmente accompagnati proprio da quella salsiccia… di tutte le tapas che preparavano lì, sempre quella portavano! Alla fine eravamo morti dal ridere!!!
Quindi, la Mezquita. Non so cosa mi aspettassi, di fatto sono rimasta senza fiato. La cattedrale è un misto di architettura e stili cristiano/arabo, da qui l’appellativo. Entrando, mi sono sentita rimpicciolire di colpo, come la signora Minù. Non ero + in una chiesa, nè in un qualsiasi edificio. All’improvviso mi sono ritrovata in un bosco, circondata da migliaia di alberi. Questa è la sensazione che ho provato standomene in mezzo a quelle 1300 colonne, che come nel caso di tante altre chiese ed edifici nei paesi dell’impero romano, non sono altro che colonne recuperate da ville patrizie e da templi. L’impatto è forte, perchè la cattedrale è davvero immensa e anche se ci sono moltissime persone, sembra di essere da soli, in mezzo a quelle magnifiche prospettive.
Mi sono messa a fotograf… a cercare un angolo adeguato per fare delle foto ed il tempo mi è sfuggito di mano. Per ritrovare l’uscita mi sono persa, e quando ce l’ho fatta i miei amici erano già tutti fuori brasati al sole, immobili come tante lucertoline!
Restava giusto il tempo per un ultimo giro tra i vicoli, per occhieggiare dietro ai portoni dei palazzi, dove si nascondono freschi patii in cui non manca mai una fontanella e un rivolo d’acqua al centro.
Poi di nuovo il treno, e di nuovo Siviglia!

Appunti Sparsi

Sono stata giustamente ripresa per non aver + scritto in questo blog.
Non ho la connessione in casa, per cui ogni volta che devo caricare delle foto su Facebook o fare altre cose impossibili da cellulare, diventa un’impresa. O mi affido a qulche wi fi sparsa nei vari locali stile Starbucks, ma questo vuol dire carrettarsi il pc per mezza giornata sulle spalle, o porto dietro solo l’hard disk per traferire i dati + velocemente. In ogni caso, è un rollo!!! Abbiamo indagato sulla possibilità di avere un modem in casa, ma i costi sono proibitivi perchè non siamo residenti e per tre mesi non ci conviene!
Sono qui da un mese preciso, e la vita sta iniziando a prendere una parvenza di regolarità. Ma non è stata una cosa immediata.
Le prime tre settimane sono state praticamente una lunga gita scolastica. La mattina ci vedevamo tutti a scuola, lezione fino alle 14 e poi andavamo a pranzo fuori, una pizza a 3€, qualche montaditos o una tapa al bar Toro. Dopo pranzo si girellava un pochino alla scoperta di Siviglia, magari facendo i compiti sugli scalini della Seta (l’enorme struttura in legno di Plaza de la Encarnacion che sembra un enorme fungo), o entrando nei pochi negozi aperti durante l’ora della siesta. La sera abbiamo fatto diverse uscite, ma scoprire i locali giusti dove andare non è stato facile. Alla fine abbiamo convenuto che la zona di calle Alfalfa è quella che + ci aggrada. Locali belli pieni di gente, chupitos come se piovesse e un mojito favoloso. Ecco, la storia del mojito è paradossale. Hanno una macchina, quasi tutti i bar, che lo sforna bell’e fatto. Va contro ogni regola e logica del mojito, ci mettono il limone, non lo pestano… eppure è buonissimo! Ma noi da bravi non ci facciamo troppi scrupoli, ci uniformiamo ai costumi sivigliani e andiamo avanti! Purtroppo come ci hanno detto vari indigeni, il freddo demoralizza molto gli andalusi, che si tappano in casa invece di uscire ed inoltre il nuovo sindaco ha dato una bella sterzata alla movida notturna. Quindi polizia ovunque, botellones proibiti, locali che tirano giù le saracinesche ad orari inauditi (x la Spagna!)
L’insegnate che ci ha tenuto il corso si chiama Maria. Come il 90% delle donne in Spagna. Però Maria non è un “vero” nome, è accompagnato sempre da qualche appellativo: Maria de los Angeles, Maria del Rocio, Maria del Carmen, etc etc… Ha dovuto sopportare 8 rumorosi e sguaiati alunni italiani, che però le hanno dato un sacco di allegria, come ci ha confidato gli ultimi giorni. Mi è piaciuto molto conoscerla, è davvero carina, preparata e disponibile. Ci ha portato anche a fare delle “escursioni educative”, una di queste al mercato di Triana, in mezzo ai banchetti di pesce fresco e verdure, dove i vecchietti girellavano tranquillamente coi loro carritos della spesa.
Triana è fantastica. E’ il quartiere dove mi hanno alloggiato. Anticamente era il barrio dei gitani, e come ci hanno spiegato al mercato, anche dei ballerini (bailaores) e suonatori di Flamenco. Si trova sull’altro lato del Guadalquivir, è una specie di Oltrarno, via. E come Oltrarno è un quartiere popolare, con case basse e bianche, bambini chiassosi che giocano per le strade, anziani che si attardano nei bar a consumare un chocolate con churros e umanità di ogni genere che passeggia tranquilla. Qui un tempo si trovavano anche la maggior parte delle fabbriche di ceramiche e delle famose piastrelle andaluse. L’unico neo di star qui è che sono distante, anzi, diametralmente opposta alla direzione di dove sono alloggiati gli altri del gruppo, quindi la sera torno sempre a casa da sola, visto che le mie compagne di casa sono meno nottambule della sottoscritta, o preferiscono frequentare milonghe e ballerini di tango. Sto aspettando in gloria che mi arrivi la tessera della bicicletta, con cui tornare a casa sana e salva, smettendo di dovermi preoccupare di quando passa l’ultimo bus.
Sulle bici ci sarebbe da aprire un capitolo a parte. Siviglia è organizzatissima. In quasi ogni isolato c’è un parcheggio delle Sevici, con le quali muoversi per le numerose piste ciclabili della città. La prima settimana avevo fatto l’abbonamento corto, di 7 giorni, però poi ho richiesto la tessera annuale, che ancora non si fa trovare nella cassetta della posta (ovviamente a tutti gli altri è arrivata senza problemi GRRRRR)… Mi sa che è giunta l’ora di andare a fare una visita all’ufficio della Sevici, in centro!